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Creare valore con la comunicazione ed il governo delle relazioni

“L’Architettura come professione deve servire la società futura sul piano funzionale, tecnico, produttivo, economico: deve servire la felicita e le esigenze degli uomini sul piano della loro vita – aria, sole, salute, assistenza, lavoro: deve nutrire l’intelletto degli uomini sul piano dell’intelligenza e dello stile . unita, ordine, essenzialita; come arte deve nutrire l’anima degli uomini e i loro sogni sul piano dell’incanto – immaginazione, magicita, fantasia, poesia”

(da Amate L’Architettura. Gio Ponti 1957)

 “A chi spetta il diritto di decidere in materia di Architettura? – Come assicurare questo diritto alle persone cui esso spetta? – Come farlo in un mondo che va verso una povertà crescente? – Come sopravvivere in tale mondo?  – Che cos’è questo mondo povero? – Come agire di fronte a queste prospettive?!”

(da L’architettura di sopravvivenza. Yona Friedman 2009)

Giovanni Ponti e Yona Friedman sono architetti, designer, e saggisti con storie, esperienze di vita e professionali molto differenti. Entrambi, ognuno secondo la propria sensibilità intellettuale, si sono interrogati sul ruolo e lo spazio dell’Architettura all’interno della vita quotidiana delle persone. Se pur in tempi ed epoche diverse, entrambi hanno riconosciuto nelle loro riflessioni e nel loro lavoro la necessità di “servire” la società – per quanto riguarda Ponti – e più nel dettaglio l’abitante secondo Friedman.

La trasformazione e lo sviluppo della città contemporanea è sempre più un processo di Sinergia Operativa e di Management Urbano. Molte problematiche sono dovute a modi di pensare ed agire differenti dei due attori principali coinvolti: colui che opera scelte sul territorio (Amministrazioni centrali e/o locali, Professionisti del settore ecc..) e l’abitante, ovvero colui che nelle stesse scelte “trasferisce”, o almeno prova, i propri bisogni o desideri.

Non è certamente una sorpresa vedere “un abitante”, così come chiamato da Friedman, tentare di spiegare ed illustrare i propri “sogni” e “aspirazioni” da traslare su un progetto e dalla parte opposta trovare l’artefice di tale progetto rispondere per mezzo della propria esperienza e cultura e tentare di trasmettere un messaggio ritenuto più giusto; proprio su questo rapporto conflittuale tra colui o coloro che credono di avere in se il sapere giusto e coloro invece i quali vorrebbero solamente soddisfare i propri bisogni, si basa l’idea che c’è bisogno di capire l’importanza del capitale relazionale all’interno dello sviluppo urbano.

 Il capitale relazionale è l’aspetto che spesso viene sottovalutato, più in passato che oggi, e che costituisce invece una chiave di lettura privilegiata sullo sviluppo della città contemporanea.

C’è differenza tra capitale relazionale e partecipazione?

La partecipazione genera processi  di messa  in  visibilità e  di  riconoscimento  di  beni  in  comune:  le  istituzioni  dovrebbero  avere  la  capacità  di  far  emergere  argomenti  e  questioni  sociali,  consentendo sia una maggiore conoscenza sia un’effettiva partecipazione dei cittadini. Dunque anche le voci più  deboli,  solitamente  escluse,  dovrebbero entrare  a  far  parte  di  questo  processo  di  apprendimento  collettivo. Il capitale relazionale, rappresenta il patrimonio intangibile dei professionisti che operano all’interno dei processi di trasformazione del territorio e che definiscono il quadro entro il quale si attuano azioni di Management urbano.

Mentre la partecipazione rappresenta nella maggior parte dei casi il rapporto tra Pubblico e Pubblico – Amministrazione e Società Civile – il capitale relazione rappresenta il rapporto tra coloro che operano nei processi trasformativi, professionisti del settore, gli operatori privati e tutti i potenziali stakeholder coinvolgibili. Adottare una strategia che metta al centro il capitale relazionale è per i professionisti e per la società in generale, un investimento (e un impegno) di lungo termine.

Parlando sempre più spesso di città intelligenti (Smart City) ed anche di città resilienti, è oramai chiaro che non si può pensare di trasformare la città senza che i cittadini ne siano direttamente coinvolti. Allo stesso modo, anche chi decide di poggiare la propria matita su un foglio bianco per l’ideazione di nuovi progetti, deve comprendere, in una assunzione di responsabilità professionale:

  • Che Difficilmente si troverà di fronte ad un foglio “veramente bianco”;
  • Che altre matite in quel momento, forse, stanno disegnando in luoghi vicini, prossimi o in qualche modo connettibili alle scelte che si stanno prendendo;
  • Che è compito dei progettisti di oggi mettere in relazione interessi pubblici, privati e condividerli con le comunità locali;
  • Che c’è sempre più bisogno di organizzare processi ancor prima di progetti

L’introduzione del capitale relazionale come elemento di governance tra gli operatori che a vario titolo entrano all’interno dei processi di trasformazione urbana, ha l’obiettivo di migliorare l’interazione interdisciplinare all’interno dei processi di trasformazione: la partecipazione e la cooperazione deve iniziare ad essere fondamentale anche tra i professionisti che lavorano sui progetti, al fine di costruire una rete, un network più o meno ramificato, che possa andare al di la del semplice progetto, modalità che aiuta a far emergere criticità e nuove potenzialità di sviluppo precedentemente non considerate, bisogni inespressi e peculiarità dei luoghi e delle attività presenti, fondamentali alla corretta integrazione con lo stato dei luoghi.

L’attività professionale nei processi di trasformazione deve rappresentare un Hub, un fulcro con ruolo di raccolta, smistamento, analisi critica di dati ed esperienze sulle azioni di rigenerazione urbana in maniera diffusa, verso tutti gli attori coinvolti e coinvolgibili.